Maternità, lavoro, carico mentale e la fatica di essere sempre presenti.
Le donne sono stanche. Molto più stanche di quanto raccontano.
Ci sono donne che lavorano con il cervello diviso in cinquanta pezzi.
Rispondono a una mail mentre pensano alla cena.
Organizzano una riunione ricordandosi il cambio di stagione dei figli.
Fanno una call con qualcuno e intanto hanno in testa la lista della spesa, una lavatrice da stendere, una visita da prenotare, un messaggio a cui rispondere, qualcosa che hanno dimenticato e il senso di colpa per averlo dimenticato.
E la cosa più assurda è che spesso nessuno se ne accorge davvero.
Perché nel frattempo sorridono.
Producono.
Portano avanti tutto o almeno ci provano.
Essere mamma è una delle esperienze più belle e sconvolgenti che esistano.
Ti apre il cuore in modi che non sapevi nemmeno fossero possibili.
Ti cambia la percezione del tempo, dell’amore, della paura, della vita, ma credo anche che ci sia una parte della maternità di cui si parli troppo poco.
La fatica invisibile.
Non quella romantica da raccontare nei reel con la musica dolce sotto.
Quella vera.
Quella delle notti spezzate per anni.
Del corpo che non recupera mai davvero.
Della mente continuamente interrotta.
Del non riuscire quasi più a sentire il silenzio dentro di sé.
La fatica di dover ricordare tutto per tutti.
Di essere il centro organizzativo invisibile della famiglia.
Di essere continuamente richieste e insieme a questo, anche la fatica di sentirsi spesso poco comprese.
Perché quando una donna è stanca, esausta, nervosa o distante, il mondo raramente si chiede quanto stia reggendo.
Molto più spesso la giudica.
Troppo sensibile.
Troppo stressata.
Troppo arrabbiata.
Troppo assente.
Troppo ambiziosa.
Troppo madre.
Troppo poco madre.
Sempre troppo qualcosa.
E allora moltissime donne imparano a fare una cosa pericolosissima: resistere in silenzio.
Andare avanti comunque.
Funzionare anche quando dentro si sentono a pezzi.
Credo che una delle cose più difficili oggi non sia semplicemente “avere tante cose da fare”.
Credo che la cosa più difficile sia vivere continuamente frammentate.
Divise tra lavoro e presenza.
Tra desiderio personale e senso di colpa.
Tra bisogno di spazio e essere necessarie.
Tra la donna che eri e quella che stai diventando.
E forse questa cosa riguarda molte più donne di quanto pensiamo.
Anche chi madre non è.
Perché viviamo in un’epoca che ci chiede di essere ovunque, continuamente.
Produttive. Presenti. Lucide. Belle. Accoglienti. Performanti.
Sempre raggiungibili. Sempre disponibili. Sempre “sul pezzo”, ma nessun essere umano può vivere così senza pagare un prezzo e secondo me quel prezzo oggi lo stiamo pagando soprattutto noi donne.
Nel corpo.
Nella mente.
Nella stanchezza cronica.
Nel sentirci sempre indietro rispetto a tutto.
Per questo oggi non sento il bisogno di fare gli auguri perfetti.
Sento più il bisogno di dire questo: aiutiamoci di più.
Guardiamoci davvero.
Se vedete una donna stanca, non minimizzate.
Se vedete una mamma in difficoltà, non aspettate che chieda aiuto.
Tenderle una mano non è una debolezza. È sopravvivenza collettiva.
Perché forse non abbiamo bisogno di diventare ancora più forti.
Forse abbiamo bisogno di smettere di sentirci sole, mentre cerchiamo di tenere insieme tutto.
Se queste parole ti hanno toccata da vicino, nella newsletter condivido riflessioni come questa.
Parliamo di lavoro, identità, sovraccarico, direzione e di tutto quello che spesso le donne si portano addosso in silenzio.


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